Pubblico, la bellissima recensione del mio romanzo Nuda vita, fatta da Simone Oggionni, che sarà sul numero di aprile della rivista della sinistra radicale, Essere Comunisti.
La pubblico senza pudore - parla benissimo del mio libro - , e senza pudori di rimozioni e omissioni ideologiche, né imbarazzi perbenistici da fase di revisionismo avanzato (persino il mio editore si è trattenuto dal compromettersi con questi vecchi arnesi). A dire il vero Essere Comunisti è una rivista che ragiona ancora del mondo, esercita un pensiero critico, produce analisi teoriche su molto di quanto passa sulle nostre teste e sui nostri corpi maciullando coscienze e vite, e presta attenzione alla cultura e all’arte. Con un punto di vista. Insomma “il pane e le rose”, come rivendicavano, esattamente un secolo fa le operaie del Massachusetts in sciopero, trasformando in slogan una frase di Rosa Luxemburg
E, dopo aver letto le considerazioni di Pietro Citati e Raffaele La Capria sulla letteratura e l’editoria, lo faccio senza vergogna, accampando la stessa dignità al mio romanzo - che non conosce classifiche, né critici famosi, e i cui lettori si conteranno sulle dita delle mani e dei piedi – di coloro che forse più capaci di me, senz’altro più fortunati e più ammanicati, hanno l’onore di essere riconosciuti “scrittori”. Il mio romanzo non è una storia da Essere Comunisti, tutt’altro. Non ho bisogno di ammantarmi né di operaismo, né di letture sociologiche del mondo e della vita, né di narrazioni post neorealiste. Ho già dato. In prima persona.
Recensione NUDA VITA
Daniela Frascati è una grande scrittrice. Il suo ultimo romanzo, Nuda vita (Editrice Absolutely Free, 2011, 195 pp.), condensa tutte le sue qualità e le esalta. Innanzitutto, la pulizia e l’eleganza dello stile. A tratti pura poesia, pura lirica, per esprimere le emozioni più alte, a tratti prosa volgare, a raccogliere gli umori e gli istinti. Ed è già questo un secondo pregio straordinario: sapere trasmettere, nell’equilibrio di registri differenti, il senso del dramma, un possibile significato della vita, in tutte le sue sfumature.
Ma muoviamo dalla trama. Delfina è una ragazza in coma, dopo un incidente stradale forse non del tutto fortuito. I suoi affetti, le sue relazioni, quelle scelte, quelle rinnegate e imposte, quelle familiari, si susseguono e talvolta si incontrano al capezzale di Delfina, nella stanza della clinica privata nella quale una madre patetica e oppressiva la fa accudire.
Lo schema narrativo è semplice e ruota intorno a tre elementi: i monologhi dei personaggi che si alternano intorno al letto di Delfina, spazi di sincerità e di autoconfessione nella trama di ipocrisia e di doppiezza che segna le loro vite; i dialoghi tra loro, spesso segnati dal tentativo di svelare gli inganni reciproci; il flusso di coscienza di Delfina, vera e propria “donna abitata” (le connessioni non volute con Gioconda Belli sono davvero molte), in bilico tra l’istinto di vivere e il bisogno di allontanare la sofferenza e abbracciare definitivamente il sonno (un bisogno talmente forte che i visitatori sono “assedianti” e l’assillo prevalente di Delfina è che i suoi pensieri non abbiano “echi né risonanze”).
La disposizione di questi elementi nel tessuto narrativo è compiutamente teatrale, al punto che pare che l’autrice l’abbia concepito allo scopo di metterlo in scena.
A quali meditazioni induce questa pièce ipotetica e potenziale? Moltissime, e ognuna sollecita la dimensione intima dell’autocoscienza, limitando di molto la dicibilità di spazi di riflessione collettiva.
Ne azzardo tre, le più immediate.
La prima ha a che fare con il confine tra presenza e assenza, tra luce e tenebre. Daniela Frascati parla della prima in termini di “dissoluzione” e delle seconde in termini di “compattezza”: a parlare è la prospettiva rovesciata del coma, ma l’impressione è che questa discrasia rispetto alla realtà convenzionale ci parli del nostro mondo. Nella luce, nella vita quotidiana, c’è il dolore della dispersione, la sofferenza di ciò che è indeterminato, aperto alle mille sollecitazioni del reale.
La seconda riflessione si connette a questa. Cosa rompe la logica capovolta che rende perfetto “l’essere nel non essere” e preferibile il vuoto del silenzio alla pienezza disordinata del presente? Soltanto l’amore. Soltanto l’amore vero stimola Delfina, la sollecita, la incuriosisce, la attira calamitandola in un vortice di tensioni ancora più contrastanti e ancora più intense. Soltanto attraverso l’amore la protagonista riesce a trasformare la linea di dissolvenza tra sicurezza e paura (che abita l’abisso dell’inconsistenza) in un nuovo confine che separa – e al contempo interseca – piacere e angoscia.
E oltre all’amore, infine, che cosa rimane? Delfina asserragliata nel suo coma, noi asserragliati nella lucidità delle nostre miserie e delle nostre falsità quotidiane: due condizioni speculari e complementari, due nuances dello stesso colore. E allora ciò che rimane è il senso di impotenza, l’impossibilità di trovare la piena libertà e forse anche la vera dignità del vivere e del morire.
Del resto, anche la conclusione – struggente, parossistica, paradossale, salvifica, redimente – non risolve l’incognita, non pacifica un dramma che è irrisolvibile. È la Nuda vita.
Simone Oggionni
amorino alato
C’era in lei, tuttavia, un angolo segreto dove non arrivava il riverbero di nessuna luce. Da lì veniva quella voglia di tenere a bada il corpo e la materia che gli dava forma; lì fluttuavano profumi intensi e dolcissimi, e fruscinìo di sete leggere e il seno bianchissimo di Rosa la Parda. Lì, coltivava il giardino di un’altra vita che ogni tanto, a occhi chiusi o nel sonno, andava a visitare.(Amore Anomalo - daniela frascati)
giovedì 15 marzo 2012
domenica 29 gennaio 2012
Come Nascono Gli Angeli di Daniela Frascati
Come Nascono Gli Angeli
Scritto da Daniela Frascati.
La domenica è il giorno della pausa, del riposo. Quello dedito a sé.
Nel nostro mondo finto e sofisticato si può riacquistare un valore, senza paura di cadere nell’ovvio: un respiro più lungo, un gesto vuoto di ansie, della fretta che consegna all’incomunicabilità. È affrontare le cose con un passo diverso, concedere un’altra possibilità alla speranza di ricaricare le batterie.
Anche attraverso la lettura.
Anche attraverso un seme, una bozza. Una matrice, quella di un libro, intitolato Nuda Vita.
[…] Ifea scopriva nelle effimere trasparenze di immagini incompiute un mondo denso di presenze, di cui non riusciva a cogliere che un gesto o la compressione di un movimento. Tutto il resto era il misterioso embrione di un mondo che le si negava, perché Gusmano la allontanava dalla camera oscura proprio quando la carta, ormai impressionata dal riflesso della pellicola, lasciava qua e là affiorare un volto, un oggetto, il riquadro di una finestra.
Nell'attesa che il fotografo finisse il suo lavoro, la ragazza usciva per strada, e nella calura polverosa e bianca del paese cominciava a camminare, percorrendo l'unica via degna di nome.
Procedeva lentamente, rintanandosi nei punti d'ombra degli edifici, fino ad arrivare in quella che doveva essere stata la piazza principale, ai tempi in cui il luogo poteva aver avuto un qualche splendore. Da lì si dirigeva al centro dell'ampio spazio, accecato dal riverbero del sole.
Uno schizzo d'acqua giallastra zampillava, seppur con qualche intermittenza, andando a riempire una grande vasca circolare rivestita, all'interno e all'esterno, di conchiglie e valve di molluschi.
Con circospezione si guardava intorno, e una volta accertato che nessuno potesse vederla si sfilava gli zoccoli, la veste di lino bianco, lasciandoli sul basamento della fontana; con agilità scavalcava il bordo, e si immergeva in quel liquido dorato, addensato da un velo di melma, abbandonandosi al refrigerio che le suscitava il contatto con l’acqua.
Ifea si stendeva sul fondo macerato dai licheni e dai girini, chiudeva gli occhi e aspettava che il sole declinasse fino al limite dell'orizzonte.
In quell'ora la piazza cominciava a vivere.
Qua e là chioschi improvvisati offrivano ai passanti focacce di mais e bibite al limone. Donne accovacciate su stuoie colorate esponevano una povera mercanzia; gelatai ambulanti con il loro triciclo a pedali si trascinavano dietro un codazzo di bambini semivestiti e scalzi, che guardavano con avidità i coetanei più fortunati.
Dal fondo della strada arrivava un canto struggente accompagnato da alcune chitarre. Ifea allora riemergeva da quel sonno umido che la placava, indossava il camicione di lino e cominciava a curiosare nell'assembramento chiassoso che nel frattempo si era radunato.
La sera già si scioglieva, illanguidendo i colori della terra.
A quell'ora Gusmano era indaffarato attorno a un vecchio furgone. Preparava le macchine, gli obbiettivi, i lampi al magnesio che sarebbero serviti per il suo lavoro notturno nei luoghi degli amori disperati.
Quella sera aveva già sistemato gli attrezzi del mestiere e aspettava solo lei, poggiato contro il muro del patio.
La casa era vasta, solitaria, e la notte la circondava con un bagno di luna che ne sbiancava le ombre.
«Ti stavo aspettando» disse lui, appena la vide farsi avanti sulla soglia. «Ero in ansia per te. C'erano strani individui che si aggiravano qua intorno, poco fa.»
Lei trasalì, e un ombra le oscurò la fronte. Aveva ancora i capelli arricciati dalla permanenza nella vasca e sentiva, come sempre le succedeva dopo i bagni, un'afflizione inusitata in mezzo al petto. Lo guardò, avvolgendolo nella malinconia trasognata dei suoi occhi, e disse sottovoce: «Non ho visto nessuno, era tutto normale come al solito. Ad ogni modo vado a dormire. Buona notte.»
Gusmano la trattenne un attimo mentre gli passava vicino, poi la lasciò fuggire via, arrendevole.
Ifea si rannicchiò sotto le lenzuola fino a sfiorare l'alito del nulla.
Chiuse gli occhi e cominciò ad arrampicarsi su un'interminabile ragnatela grigia, dove al centro la sua testa era la corolla di un fiore malato d'asma che apriva e chiudeva i petali fuori tempo, ostacolando il respiro e facendola boccheggiare.
Sentiva le lenzuola ruvide raschiarle la pelle.
Non aveva paura, perché quell'incubo si presentava spesso, e sapeva che occorre del tempo per liberarsene e riprendere il sopravvento sui sensi contaminati dal sonno.
Ma quella notte soffrì a lungo. Un paesaggio terroso si stendeva a dismisura sotto di lei. Le pareva di compiere a ritroso un percorso nel tempo fino a uno squarcio da cui si sentiva risucchiata. Salvata all'ultimo istante da una forza invisibile volteggiava a mezz'aria, sopra una radura verde notturno, dove sbarbagliava un'acqua palustre e vischiosa.
Nella radura si muovevano sagome incerte, prese in un singolare girotondo, una farandola compressa dentro una fuga di note prive di armonia, così che le figure ne erano trascinate a una velocità inaudita e ogni tanto, per uno strappo che quel vortice provocava nella gravità, qualcuna veniva sbalzata lontano, oltre l'orizzonte.
Nei trasudi di realtà che vìola lo spazio senz’ordine dove si muovono i sogni, Ifea ricordava di avere già visto quell'immagine nel libro che la signorina Esilde le aveva mostrato nell'emporio un pomeriggio.
Da quel punto la dimensione del sogno prende di nuovo il sopravvento e Ifea, simile a un vapore lieve, comincia a dissolversi nell'aura dell'incubo, e di lei non resta che una ruga di nebbia, un dagherrotipo appeso alla parete di una stanza vuota.
Di solito si svegliava trattenendo in gola un grido, che le prime volte la terrorizzava più dell'incubo, perché l'urlo si spandeva nella grande casa vuota, dilagando crudele come il ringhio di una belva in agguato.
Ifea sapeva che dovevano passare ancora molte ore prima di udire i passi rassicuranti di Gusmano che rientrava dal suo girovagare, perciò si rannicchiava sotto le lenzuola pensando ogni emozione, ogni circostanza capace di scacciare l’inquietudine.
Ma sempre, al risveglio, sentiva la materia solida del suo corpo come in un territorio di frontiera. E quando, nella penombra, trovava il coraggio di guardarsi le mani, le sentiva così leggere e vibranti che più d'una volta aveva preferito dimenticare la percezione.
Quella notte andò peggio del solito. Già il sogno si era riempito di paesaggi inusitati; al risveglio, poi, un’arsura raschiante le stringeva la gola e un dolore acuto le tormentava la schiena, proprio fra le scapole, come se qualcosa, una lama, un organo, spingesse per uscire.
Era un dolore netto e violento che impediva di riprendere sonno, e le dava l’impressione di fluttuare nella notte.
«Credo che morirò. Morirò senza più rivedere Gusmano e dirgli il bene che gli voglio» pensava, mentre cercava di toccarsi la linea che si apriva dietro le spalle.
L'oscurità della stanza era compatta e morbida come velluto, ma a tratti frusciava, emettendo un raschio ventoso. Inoltre mai prima di allora aveva patito una fitta più tremenda, né avvertito una chiara prossimità con il vuoto della morte.
Fu assalita dal terrore.
Quella mattina, mentre Argia Bell si affaccendava in cucina spennando polli e impastando focacce, le aveva raccontato di come in punto di morte l'angelo addetto al computo del tempo spezzasse il filo umano dell'esistenza. E in quella frazione di secondo, durante la trasformazione, si poteva osservare il film della vita a ritroso. Una gran luce illuminava gli angoli bui della memoria, per dare alla morte uno straordinario senso di compiutezza. Il racconto l'aveva incuriosita e suggestionata a tal punto che nella sua immersione pomeridiana aveva provato, inutilmente, a suscitare quell'attimo estremo, lasciando che l'acqua viscida della fontana le impregnasse i polmoni, ma aveva sempre dovuto riemergere spinta dall’istinto di sopravvivenza.
Era però lì, nell'oscurità di quella notte, che Ifea sentiva prossima la fine, coi pensieri che iniziavano a svanire, a ritrarsi dal presente.
Provò a muovere le braccia, ma non vi riuscì. Era come fossero imbozzolate in qualcosa di panioso. C’erano e non c’erano: un’impressione molto sgradevole. E poi, quel dolore lancinante. Con uno sforzo enorme provò a sollevarsi dal letto. Fu un’operazione che le costò molta fatica. Portava addosso, assieme, un peso smisurato e una nuova leggerezza.
Riuscì finalmente a mettersi in piedi. Ogni movimento era spazio da riconquistare.
Abbandonata in quel caliginoso passaggio, non poteva aspettare l’alba e il rientro di Gusmano. Doveva sapere ora, subito, cos’era quel male oscuro che la torceva, e quell’orrore d’inconsistenza.
Si mosse nel buio ovattato della camera, che ai suoi occhi oscillava pericolosamente. Aveva smarrito la percezione dello spazio.
E poi intorno a lei c’era vento. A ogni movimento una folata l’aggrediva in pieno, sferzandola.
Protese le braccia davanti a sé ma il gesto, troppo brusco, la sbilanciò, facendola cadere. Era come se fosse precipitata da una grande altezza. Sentiva di non essere più padrona dei suoi movimenti. Si rannicchiò in posizione fetale e chiuse gli occhi. Al primo tenue brusio li riaprì.
La stanza era invasa da un bagliore accecante.
Veniva dall’alto, da una sorta di bolla che girava e girava. La luce screziava di brillii ogni cosa.
Ifea ne sentì il calore, ritrovò se stessa. In piedi, davanti alla specchiera, vide la sua immagine terribile. Vide l’adolescente scarna e ossuta era diventata una creatura armoniosa, e due immense ali setose, di un biancore iridescente, spuntarle dietro.
Capì che il sogno era un potente presagio.
Di nuovo padrona di sé misurò il vano, improvvisamente angusto, disagevole, con quelle grandi ali che urtavano dovunque. Si diresse verso la finestra. La spalancò di botto.
Stava albeggiando.
Il trambusto spaventò gli animali da cortile. Lei guardò fuori, cercando di capire cosa la straniasse tanto del luogo dov’era cresciuta.
Non notò niente di particolare, tranne le solite sterpaglie ingiallite che si facevano largo fra i ciottoli crepati dal calore, e troppa spazzatura addossata ai muri. Piccolezze che non ricordava.
Si girò lentamente. Poi, piegandosi sulle ginocchia, inspirò fino a sentire il torace dilatarsi per l’aria incamerata, raccolse le braccia al seno, chiuse gli occhi e sparì nelle trasparenze del cielo.
Gusmano chiamava disperatamente.
«Argia, Argia. Presto, vieni. Corri.»
Argia Bell era ancora impaniata nel torpore del sonno, quando sentì quelle grida.
Guardò la sveglia. Erano le quattro e mezza.
«È già tornato», pensò. «Che sarà successo?»
Si buttò addosso uno scialle e corse attraverso i corridoi bui. La voce veniva dalla camera di Ifea. Arrivò con il fiatone. Non poté neanche chiedere cosa fosse accaduto. Lì per lì, si accorse solo di un gran disordine. Non vide nessuno.
Poi fece qualche passo nell’interno, finché sentì dei singhiozzi profondi. Era Gusmano, accucciato sul pavimento, accanto a Ifea. Pareva dormisse, invece il suo corpo era solo un involucro sgonfio.
È così che nascono gli angeli, ma Gusmano e Argia Bell non lo sapranno mai.
Anche attraverso la lettura.
Anche attraverso un seme, una bozza. Una matrice, quella di un libro, intitolato Nuda Vita.
[…] Ifea scopriva nelle effimere trasparenze di immagini incompiute un mondo denso di presenze, di cui non riusciva a cogliere che un gesto o la compressione di un movimento. Tutto il resto era il misterioso embrione di un mondo che le si negava, perché Gusmano la allontanava dalla camera oscura proprio quando la carta, ormai impressionata dal riflesso della pellicola, lasciava qua e là affiorare un volto, un oggetto, il riquadro di una finestra.
Nell'attesa che il fotografo finisse il suo lavoro, la ragazza usciva per strada, e nella calura polverosa e bianca del paese cominciava a camminare, percorrendo l'unica via degna di nome.
Procedeva lentamente, rintanandosi nei punti d'ombra degli edifici, fino ad arrivare in quella che doveva essere stata la piazza principale, ai tempi in cui il luogo poteva aver avuto un qualche splendore. Da lì si dirigeva al centro dell'ampio spazio, accecato dal riverbero del sole.
Uno schizzo d'acqua giallastra zampillava, seppur con qualche intermittenza, andando a riempire una grande vasca circolare rivestita, all'interno e all'esterno, di conchiglie e valve di molluschi.
Con circospezione si guardava intorno, e una volta accertato che nessuno potesse vederla si sfilava gli zoccoli, la veste di lino bianco, lasciandoli sul basamento della fontana; con agilità scavalcava il bordo, e si immergeva in quel liquido dorato, addensato da un velo di melma, abbandonandosi al refrigerio che le suscitava il contatto con l’acqua.
Ifea si stendeva sul fondo macerato dai licheni e dai girini, chiudeva gli occhi e aspettava che il sole declinasse fino al limite dell'orizzonte.
In quell'ora la piazza cominciava a vivere.
Qua e là chioschi improvvisati offrivano ai passanti focacce di mais e bibite al limone. Donne accovacciate su stuoie colorate esponevano una povera mercanzia; gelatai ambulanti con il loro triciclo a pedali si trascinavano dietro un codazzo di bambini semivestiti e scalzi, che guardavano con avidità i coetanei più fortunati.
Dal fondo della strada arrivava un canto struggente accompagnato da alcune chitarre. Ifea allora riemergeva da quel sonno umido che la placava, indossava il camicione di lino e cominciava a curiosare nell'assembramento chiassoso che nel frattempo si era radunato.
La sera già si scioglieva, illanguidendo i colori della terra.
A quell'ora Gusmano era indaffarato attorno a un vecchio furgone. Preparava le macchine, gli obbiettivi, i lampi al magnesio che sarebbero serviti per il suo lavoro notturno nei luoghi degli amori disperati.
Quella sera aveva già sistemato gli attrezzi del mestiere e aspettava solo lei, poggiato contro il muro del patio.
La casa era vasta, solitaria, e la notte la circondava con un bagno di luna che ne sbiancava le ombre.
«Ti stavo aspettando» disse lui, appena la vide farsi avanti sulla soglia. «Ero in ansia per te. C'erano strani individui che si aggiravano qua intorno, poco fa.»
Lei trasalì, e un ombra le oscurò la fronte. Aveva ancora i capelli arricciati dalla permanenza nella vasca e sentiva, come sempre le succedeva dopo i bagni, un'afflizione inusitata in mezzo al petto. Lo guardò, avvolgendolo nella malinconia trasognata dei suoi occhi, e disse sottovoce: «Non ho visto nessuno, era tutto normale come al solito. Ad ogni modo vado a dormire. Buona notte.»
Gusmano la trattenne un attimo mentre gli passava vicino, poi la lasciò fuggire via, arrendevole.
Ifea si rannicchiò sotto le lenzuola fino a sfiorare l'alito del nulla.
Chiuse gli occhi e cominciò ad arrampicarsi su un'interminabile ragnatela grigia, dove al centro la sua testa era la corolla di un fiore malato d'asma che apriva e chiudeva i petali fuori tempo, ostacolando il respiro e facendola boccheggiare.
Sentiva le lenzuola ruvide raschiarle la pelle.
Non aveva paura, perché quell'incubo si presentava spesso, e sapeva che occorre del tempo per liberarsene e riprendere il sopravvento sui sensi contaminati dal sonno.
Ma quella notte soffrì a lungo. Un paesaggio terroso si stendeva a dismisura sotto di lei. Le pareva di compiere a ritroso un percorso nel tempo fino a uno squarcio da cui si sentiva risucchiata. Salvata all'ultimo istante da una forza invisibile volteggiava a mezz'aria, sopra una radura verde notturno, dove sbarbagliava un'acqua palustre e vischiosa.
Nella radura si muovevano sagome incerte, prese in un singolare girotondo, una farandola compressa dentro una fuga di note prive di armonia, così che le figure ne erano trascinate a una velocità inaudita e ogni tanto, per uno strappo che quel vortice provocava nella gravità, qualcuna veniva sbalzata lontano, oltre l'orizzonte.
Nei trasudi di realtà che vìola lo spazio senz’ordine dove si muovono i sogni, Ifea ricordava di avere già visto quell'immagine nel libro che la signorina Esilde le aveva mostrato nell'emporio un pomeriggio.
Da quel punto la dimensione del sogno prende di nuovo il sopravvento e Ifea, simile a un vapore lieve, comincia a dissolversi nell'aura dell'incubo, e di lei non resta che una ruga di nebbia, un dagherrotipo appeso alla parete di una stanza vuota.
Di solito si svegliava trattenendo in gola un grido, che le prime volte la terrorizzava più dell'incubo, perché l'urlo si spandeva nella grande casa vuota, dilagando crudele come il ringhio di una belva in agguato.
Ifea sapeva che dovevano passare ancora molte ore prima di udire i passi rassicuranti di Gusmano che rientrava dal suo girovagare, perciò si rannicchiava sotto le lenzuola pensando ogni emozione, ogni circostanza capace di scacciare l’inquietudine.
Ma sempre, al risveglio, sentiva la materia solida del suo corpo come in un territorio di frontiera. E quando, nella penombra, trovava il coraggio di guardarsi le mani, le sentiva così leggere e vibranti che più d'una volta aveva preferito dimenticare la percezione.
Quella notte andò peggio del solito. Già il sogno si era riempito di paesaggi inusitati; al risveglio, poi, un’arsura raschiante le stringeva la gola e un dolore acuto le tormentava la schiena, proprio fra le scapole, come se qualcosa, una lama, un organo, spingesse per uscire.
Era un dolore netto e violento che impediva di riprendere sonno, e le dava l’impressione di fluttuare nella notte.
«Credo che morirò. Morirò senza più rivedere Gusmano e dirgli il bene che gli voglio» pensava, mentre cercava di toccarsi la linea che si apriva dietro le spalle.
L'oscurità della stanza era compatta e morbida come velluto, ma a tratti frusciava, emettendo un raschio ventoso. Inoltre mai prima di allora aveva patito una fitta più tremenda, né avvertito una chiara prossimità con il vuoto della morte.
Fu assalita dal terrore.
Quella mattina, mentre Argia Bell si affaccendava in cucina spennando polli e impastando focacce, le aveva raccontato di come in punto di morte l'angelo addetto al computo del tempo spezzasse il filo umano dell'esistenza. E in quella frazione di secondo, durante la trasformazione, si poteva osservare il film della vita a ritroso. Una gran luce illuminava gli angoli bui della memoria, per dare alla morte uno straordinario senso di compiutezza. Il racconto l'aveva incuriosita e suggestionata a tal punto che nella sua immersione pomeridiana aveva provato, inutilmente, a suscitare quell'attimo estremo, lasciando che l'acqua viscida della fontana le impregnasse i polmoni, ma aveva sempre dovuto riemergere spinta dall’istinto di sopravvivenza.
Era però lì, nell'oscurità di quella notte, che Ifea sentiva prossima la fine, coi pensieri che iniziavano a svanire, a ritrarsi dal presente.
Provò a muovere le braccia, ma non vi riuscì. Era come fossero imbozzolate in qualcosa di panioso. C’erano e non c’erano: un’impressione molto sgradevole. E poi, quel dolore lancinante. Con uno sforzo enorme provò a sollevarsi dal letto. Fu un’operazione che le costò molta fatica. Portava addosso, assieme, un peso smisurato e una nuova leggerezza.
Riuscì finalmente a mettersi in piedi. Ogni movimento era spazio da riconquistare.
Abbandonata in quel caliginoso passaggio, non poteva aspettare l’alba e il rientro di Gusmano. Doveva sapere ora, subito, cos’era quel male oscuro che la torceva, e quell’orrore d’inconsistenza.
Si mosse nel buio ovattato della camera, che ai suoi occhi oscillava pericolosamente. Aveva smarrito la percezione dello spazio.
E poi intorno a lei c’era vento. A ogni movimento una folata l’aggrediva in pieno, sferzandola.
Protese le braccia davanti a sé ma il gesto, troppo brusco, la sbilanciò, facendola cadere. Era come se fosse precipitata da una grande altezza. Sentiva di non essere più padrona dei suoi movimenti. Si rannicchiò in posizione fetale e chiuse gli occhi. Al primo tenue brusio li riaprì.
La stanza era invasa da un bagliore accecante.
Veniva dall’alto, da una sorta di bolla che girava e girava. La luce screziava di brillii ogni cosa.
Ifea ne sentì il calore, ritrovò se stessa. In piedi, davanti alla specchiera, vide la sua immagine terribile. Vide l’adolescente scarna e ossuta era diventata una creatura armoniosa, e due immense ali setose, di un biancore iridescente, spuntarle dietro.
Capì che il sogno era un potente presagio.
Di nuovo padrona di sé misurò il vano, improvvisamente angusto, disagevole, con quelle grandi ali che urtavano dovunque. Si diresse verso la finestra. La spalancò di botto.
Stava albeggiando.
Il trambusto spaventò gli animali da cortile. Lei guardò fuori, cercando di capire cosa la straniasse tanto del luogo dov’era cresciuta.
Non notò niente di particolare, tranne le solite sterpaglie ingiallite che si facevano largo fra i ciottoli crepati dal calore, e troppa spazzatura addossata ai muri. Piccolezze che non ricordava.
Si girò lentamente. Poi, piegandosi sulle ginocchia, inspirò fino a sentire il torace dilatarsi per l’aria incamerata, raccolse le braccia al seno, chiuse gli occhi e sparì nelle trasparenze del cielo.
Gusmano chiamava disperatamente.
«Argia, Argia. Presto, vieni. Corri.»
Argia Bell era ancora impaniata nel torpore del sonno, quando sentì quelle grida.
Guardò la sveglia. Erano le quattro e mezza.
«È già tornato», pensò. «Che sarà successo?»
Si buttò addosso uno scialle e corse attraverso i corridoi bui. La voce veniva dalla camera di Ifea. Arrivò con il fiatone. Non poté neanche chiedere cosa fosse accaduto. Lì per lì, si accorse solo di un gran disordine. Non vide nessuno.
Poi fece qualche passo nell’interno, finché sentì dei singhiozzi profondi. Era Gusmano, accucciato sul pavimento, accanto a Ifea. Pareva dormisse, invece il suo corpo era solo un involucro sgonfio.
È così che nascono gli angeli, ma Gusmano e Argia Bell non lo sapranno mai.
mercoledì 11 gennaio 2012
NUDA VITA di Daniela Frascati recensione di LIBRIERECENSIONI
NUDA VITA
di Daniela Frascati
di Daniela Frascati
recensione di LIBRIERECENSIONI
Genere: Narrativa
Trama:
Delfina è una ragazza in coma a seguito di un incidente, chiusa in quello stato che i medici definiscono minimal responsive. Attorno a lei i personaggi che fanno parte della sua esistenza: la madre, donna ingombrante e perfezionista; un padre lontano, mite e un po' egoista; un fidanzato inconsistente che nasconde una colpa terribile; la fisioterapista; le amiche.
Una girandola di amici e parenti che si affolla sul guscio apparentemente vuoto della protagonista e, nel bene e nel male, porta avanti la sua vita. Eppure ognuno di loro è prima di tutto a se stesso che parla, mettendo a nudo le meschinerie e le paure che stanno a fondamento di ogni relazione, in una rappresentazione della normalità che sconfina pericolosamente con il suo opposto, quella sottile e banale follia del quotidiano in cui è immersa la nostra vita.
Fuori Delfina, un succedersi di storie e di colpi di scena. Dentro, l'inquieto vaneggiare di Delfina in attesa del risveglio. Ma se fosse proprio lei a non voler aprire gli occhi?
Commento:
Dopo Amori anomali D. Frascati torna con qualcosa di diverso, non racconti stavolta, ma un romanzo intenso e commovente che ha in comune con il precedente libro un aspetto importante: l'attenzione rivolta verso l'animo umano, il suo sentire, i pensieri - cupi o felici - che lo agitano.
Nuda vita è una storia particolare la cui protagonista, Delfina, pur se in coma riesce benissimo a catalizzare l'attenzione del lettore, grazie ai suoi monologhi toccanti ed agli sprazzi improvvisi di ricordi delle persone che la circondano, perché con la sua "quasi assenza" influenza in qualche modo le loro vite e non gli consente di staccarsi da lei ma anzi, li attrae (anche se per motivi molti diversi) e ne diviene quasi il muto confessore.
Nella sua stanza, figure diverse si alternano senza tregua, voci spesso ipocrite che - solo davanti a quel che ritengono un involucro ormai vuoto - mostrano la loro vera natura. Da una madre possessiva e totalizzante che considera la figlia una bambola di sua proprietà, pianificandone la vita fin nei minimi dettagli, ad un padre assente e debole, pronto a dileguarsi senza curarsi di lei, pur di non confrontarsi con la moglie; da un fidanzato senza carattere e superficiale, che ha solo voglia di ricominciare senza di lei dopo appena un paio di mesi, ad un innamorato insicuro e vigliacco, disposto a sacrificare l'amore verso di lei per il quieto vivere, fino alle false amiche, ipocrite e gelose. Tanta è la doppiezza che circonda la giovane donna, che il suo desiderio di restare "in questa felicità che è assenza ma, a tratti, rimanda echi di un altrove dove non voglio più tornare" diviene comprensibile e quasi condivisibile!
Uniche figure positive risultano la fisioterapista Alma e lo zio Andrea, le sole persone che riescono ad andare oltre le apparenze, a guardare (ed a guardarsi!) con gli occhi del cuore, preoccupati davvero del benessere altrui e non solo del proprio interesse.
Così, mentre i giorni lentamente sfilano, la follia sembra prendere il sopravvento e gli eventi paiono affrettarsi verso il loro assurdo epilogo... ma qualcosa di inatteso accade! In un finale imprevedibile che, nonostante tutto, si rivelerà toccante e delicato, Delfina troverà infine il modo di far valere un ultimo guizzo di volontà. Molto bello.
(M.G.)
martedì 15 novembre 2011
Dal settimanale GLI ALTRI “Nuda Vita” di Daniela Frascati, lo stato vegetativo diventa romanzo
Dal settimanale GLI ALTRI
“Nuda Vita” di Daniela Frascati, lo stato vegetativo diventa romanzo
QUEL LIMBO DEL CORPO CHE NON VUOLE PADRONI
di Elettra Deiana
Daniela Frascati è scrittrice raffinata nell’invenzione narrativa e nell’uso del linguaggio, con un’attenzione alla parola che è un tutt’uno con la capacità di mettere in scena le dimensioni oniriche e i mondi fantasmatici che l’autrice predilige, quelli dell’anima e della vita, ma confusi e inestricabili, soprattutto nelle occasioni in cui capiti di vivere la vita, per mille ragioni, in uno spazio inafferrabile, sospeso tra il qui e il là. O quando il mistero della vita, le misteriose, insondabili pulsioni dell’esistenza ci attraversino con i loro dilemmi e sfondino gli ordinati perimetri della quotidianità.
Nuda Vita (pp 200, euro 9,90), pubblicato da Absolutely free edizioni (http://www.absolutelyfree.it/ www.okbook.it ) è il suo ultimo romanzo, dopo Incunaboli futuri (Robin, 2001), i racconti – bellissimi - nelle miscellanee Piazza bella piazza, La rossa primavera (Nuova Iniziativa Editoriale) e infine Fragole e sangue (Edizioni Clandestine). E’ anche, forse, la cosa più bella che Daniela abbia scritto, in attesa dei suoi lavori futuri, sicuramente già in via di elaborazione.
Delfina, la protagonista di Nuda Vita, è una giovane donna rimasta vittima di un incidente. Giace in stato vegetativo in un letto d’ospedale, mentre l’affanno della quotidianità di mille personaggi in cerca di autore scorre accanto a lei. Ma l’ invenzione narrativa del coma profondo – che è anche l’incipit del romanzo - non serve affatto all’autrice per affrontare o solo riecheggiare le problematiche dell’aspro dibattito che un paio di anni fa si sviluppò nel nostro Paese intorno al dramma di Eluana Englaro. La traiettoria narrativa è del tutto diversa, lontanissima dalla contingenza della cronaca o dai dilemmi dell’etica o dalle finalità della politica. La nuda vita è quel che resta di Delfina ed è Delfina stessa, ridotta a un grumo sensoriale, che riecheggia dentro di sé, nel cerchio magico del pensare, il carsico e misterioso vagabondare della sua condizione. Questo l’autrice vuol mettere in scena, in quel desiderio di rappresentare l’irrappresentabile che è sovente la cifra del suo scrivere. Delfina vive sospesa tra il qui e il là, attratta magneticamente dalla caverna primordiale in cui è precipitata, nel limbo estremo della vita sensoriale che i medici definiscono minimal responsive. Corpo inerte fra le lenzuola di un letto d’ospedale, mente/spirito/ anima - o che cosa? - pensante e auto narrante, pervicacemente ostile a farsi risucchiare nel varco all’indietro per tornare nel mondo dei maximal responsive. Che l’assediano, le parlano, la toccano, l’invocano. Allora, allora, Delfina? Quando torni fra noi?
Delfina percepisce come se fossero ombre la madre, il padre e tutti gli altri visitatori che vanno avanti e indietro. Ma sono ombre che incombono, l’assediano, cercano di risucchiarla verso l’alto. Per non avvertirne più la presenza incombente, Delfina vuole chiudere ogni superstite feritoia vagamente sensoriale di se stessa, ogni fessura che costituisca un canale di comunicazione tra il di qua, che è suo, e il di là, che non vuole più. Vuole insomma impedire a chi si affanna intorno al suo letto di arrivare fino al vuoto del suo pensiero e riacchiapparla. Quel vuoto Delfina lo vuole totale e assoluto, perché questa è la condizione che le consente di rimanere nello stato in cui è precipitata dove lei si raggomitola: non tempo e non luogo, “ un giù, dove una parte di me sta precipitando, e un su, dove l’altra parte si trattiene e quel punto sono io, il punto intorno a me”. Ma, si chiede in quel vagare del suo insonne pensiero, “come potrò proteggerlo ancora (questo punto) se ne stanno corrompendo la persistenza?”
Il mondo di Delfina e il mondo a cui vuole sfuggire, affollato di personaggi stereotipati che assomigliano a maschere, impersonano ruoli, obbediscono a input. Un corpo a corpo tra i due mondi: il dottore che annuncia gli avanzamenti positivi, rassicura e incoraggia, dà consigli; la madre che si affanna, chiede certezze, si preoccupa, riempie la stanza di peluches e poster e cuoricini, il padre che è vissuto lontano, oppresso da quella donna divorante – così lui chiama la sua ex moglie e madre di Delfina- che gli ha impedito di stare quanto avrebbe voluto con sua figlia. E poi lo zio che gira per la stanza sbraitando sguaiatamente contro la sorella e mettendo in scena segreti e miserie di famiglia, nonché un furibondo litigio con la sorella, la madre di Delfina, Fiore.
Insomma i due mondi, il minimal responsive e il maximal responsive, apparentemente lontani e non comunicanti, diventano nella fuga di Delfina l’uno il riflesso dell’altro, connessi nel grumo di vita che è la protagonista, intrecciati e comunicanti in quel flusso di pensiero senza sosta che misteriosamente fa vivere chi dalla vita fugge. Fino all’ultimo sogno di Delfina, dove la protagonista si libra nella dimensione estrema del desiderio, in una sorta di meta minimal responsive stato. Da leggere, insomma.
domenica 30 ottobre 2011
Recensione: Nuda Vita dal blog Reading at Tiffany's
DOMENICA 30 OTTOBRE 2011
di Daniela Frascati
Casa editrice:
Absolutely Free
Pagine: 195
Prezzo: € 9,90
Formato: Brossura
Lingua: Italiano
Genere: Narrativa Moderna
Delfina è una ragazza in coma a seguito di un incidente, chiusa in quello stato che i medici definiscono minimal responsive. Attorno a lei i personaggi che fanno parte della sua esistenza: la madre, donna ingombrante e perfezionista; un padre lontano, mite e un po' egoista; un fidanzato inconsistente che nasconde una colpa terribile; la fisioterapista; le amiche. Una girandola di amici e parenti che si affolla sul guscio apparentemente vuoto della protagonista e, nel bene e nel male, porta avanti la sua vita. Eppure ognuno di loro è prima di tutto a se stesso che parla, mettendo a nudo le meschinerie e le paure che stanno a fondamento di ogni relazione, in una rappresentazione della normalità che sconfina pericolosamente con il suo opposto, quella sottile e banale follia del quotidiano in cui è immersa la nostra vita. Fuori Delfina, un succedersi di storie e di colpi di scena. Dentro, l'inquieto vaneggiare di Delfina in attesa del risveglio. Ma se fosse proprio lei a non voler aprire gli occhi?
In questo libro vi è un ritorno all’attenzione per le parole, ogni frase e ogni silenzio sembrano scelti con cura, usati quasi con riverenza, tanto che il testo a tratti sembra quasi poesia, pura e semplice. Le sonorità dei termini e l’uso della parola dell’autrice sono una perla rara in un mondo fatto di libri veloci e attivi, in questo romanzo si parla di un tema delicato, senza banalità e luoghi comuni, ma quasi al confine con il sogno. La narrazione è alternata, da una parte Delfina, che racconta in prima persona il suo sonno e il suo mondo interiore, dall’altra si avvicendano vari personaggi; genitori, parenti e amici che narrano quello che succede intorno alla ragazza e la vita reale che procede. Nuda vita, proprio di questo parla il romanzo, non di coma, ma della potenza e delle potenzialità dei rapporti umani, dell’esistenza non sempre lineare e dell’amore estremo, parla di scissione tra mondo interiore e mondo reale e dei viaggi che noi tutti in un modo o nell’altro compiamo, parla di vita vera senza illusioni e senza falsi perbenismi. Questo è un libro da leggere oltre le parole, perché a modo suo è di una potenza che riesce a colpire diritto al punto, toccante nel modo giusto ma con delle rotture che durante la narrazione riescono addirittura a sdrammatizzare e a far sorridere. Un romanzo intenso che merita sicuramente, narrato con sensibilità e acutezza anche se, parere personale, quando leggo un libro vorrei trovare altro, di vita reale e cruda se ne vede tutti i giorni fin troppa. Personalmente avrei preferito anche un finale un po’ più strutturato, questo, per quanto struggente, lascia l’amaro in bocca….ma forse nella vita è proprio questo che succede!
Durata della lettura: due giorni
Bevanda consigliata: infuso alla mela
Età di lettura consigliata: dai 14 anni
Voto: 6/7
Casa editrice:
Absolutely Free
Pagine: 195
Prezzo: € 9,90
Formato: Brossura
Lingua: Italiano
Genere: Narrativa Moderna
Delfina è una ragazza in coma a seguito di un incidente, chiusa in quello stato che i medici definiscono minimal responsive. Attorno a lei i personaggi che fanno parte della sua esistenza: la madre, donna ingombrante e perfezionista; un padre lontano, mite e un po' egoista; un fidanzato inconsistente che nasconde una colpa terribile; la fisioterapista; le amiche. Una girandola di amici e parenti che si affolla sul guscio apparentemente vuoto della protagonista e, nel bene e nel male, porta avanti la sua vita. Eppure ognuno di loro è prima di tutto a se stesso che parla, mettendo a nudo le meschinerie e le paure che stanno a fondamento di ogni relazione, in una rappresentazione della normalità che sconfina pericolosamente con il suo opposto, quella sottile e banale follia del quotidiano in cui è immersa la nostra vita. Fuori Delfina, un succedersi di storie e di colpi di scena. Dentro, l'inquieto vaneggiare di Delfina in attesa del risveglio. Ma se fosse proprio lei a non voler aprire gli occhi?
In questo libro vi è un ritorno all’attenzione per le parole, ogni frase e ogni silenzio sembrano scelti con cura, usati quasi con riverenza, tanto che il testo a tratti sembra quasi poesia, pura e semplice. Le sonorità dei termini e l’uso della parola dell’autrice sono una perla rara in un mondo fatto di libri veloci e attivi, in questo romanzo si parla di un tema delicato, senza banalità e luoghi comuni, ma quasi al confine con il sogno. La narrazione è alternata, da una parte Delfina, che racconta in prima persona il suo sonno e il suo mondo interiore, dall’altra si avvicendano vari personaggi; genitori, parenti e amici che narrano quello che succede intorno alla ragazza e la vita reale che procede. Nuda vita, proprio di questo parla il romanzo, non di coma, ma della potenza e delle potenzialità dei rapporti umani, dell’esistenza non sempre lineare e dell’amore estremo, parla di scissione tra mondo interiore e mondo reale e dei viaggi che noi tutti in un modo o nell’altro compiamo, parla di vita vera senza illusioni e senza falsi perbenismi. Questo è un libro da leggere oltre le parole, perché a modo suo è di una potenza che riesce a colpire diritto al punto, toccante nel modo giusto ma con delle rotture che durante la narrazione riescono addirittura a sdrammatizzare e a far sorridere. Un romanzo intenso che merita sicuramente, narrato con sensibilità e acutezza anche se, parere personale, quando leggo un libro vorrei trovare altro, di vita reale e cruda se ne vede tutti i giorni fin troppa. Personalmente avrei preferito anche un finale un po’ più strutturato, questo, per quanto struggente, lascia l’amaro in bocca….ma forse nella vita è proprio questo che succede!
Durata della lettura: due giorni
Bevanda consigliata: infuso alla mela
Età di lettura consigliata: dai 14 anni
Voto: 6/7
martedì 18 ottobre 2011
E.MAGAZINE N° 4. La prima rivista di ebook e non solo..
E.MAGAZINE N° 4. La prima rivista di ebook e non solo..
Cliccate sul titolo e leggete
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domenica 16 ottobre 2011
Ma tu perché scrivi? intervista a Daniela Frascati- dal blog Il diario della Fenice
Ma tu perché scrivi? intervista a Daniela Frascati
Una delle cose che amo di più di questo blog è la possibilità che mi da di entrare in contatto con artisti che stimo profondamente. la rubrica "Ma tu perché scrivi?" è nata per cercare di scoprire cosa sta alle spalle di un libro, di una storia, di un volto stampato su di un libro.
quando poi incontro persone come Daniela, capisco che ne vale davvero la pena:
leggi delle parole e ti rimane molto di più dentro.
Daniela.. Ma tu perché scrivi?
Perchè scrivi?
Perché scrivere è una forma di rappresentazione, per stessi prima di tutto, ma è anche un modo per rappresentarsi il mondo e raccontare mondi. Poi, perché la scrittura è uno strumento che abbiamo a disposizione e di cui conosciamo, più o meno tutti, le regole, e dunque perché lasciare questa opportunità che ci appartiene fin da piccoli, da parte? Ho imparato a leggere e non ho più smesso, ho imparato a scrivere e ho continuato. Certo tra questo e dirsi o essere scrittrice o scrittore, ce n’è! Come per tutti gli strumenti c’è bisogno di affinamento, studio, ricerca, che vuol dire, prima di tutto, leggere, leggere e leggere ancora. Sopra questo, però, c’è la voglia e la passione di narrare storie e tirare fuori il mondo parallelo alla realtà che ci vive dentro. La scrittura è un filtro, un mediatore tra le emozioni e la capacità di elaborarle, di oggettivarle, di trasmetterle. È uno strumento molto mentale ma a volte lascia a nudo l’anima.
Ma scrivere è anche empatia, capacità di catturare colui che legge. Prenderlo per mano e portarlo ovunque. Non è da tutti, i bravi scrittori ci riescono, ma per fortuna anche quelli meno bravi riescono a trovare lettori che si muovono sulla loro lunghezza d’onda.
da dove trai ispirazione?
Il più delle volte da una frase che mi ronza intesta fino a che non la sento compiuta e giusta. Allora la scrivo e la lascio lì. Attorno a quella frase può nascere una storia. Siamo sovraffollati di memorie, di emozioni di cui percepiamo solo l’eco. Basta un profumo, una luce, un viso che ci passa accanto, perché comincino a produrre immagini, personaggi. Quella frase può essere solo un accenno o un’immagine singola, come lo scatto di una fotografia, e può restare per sempre un incipit già morto. Ne ho pieno il pc! Ma qualche volta accade che dentro ci sia proprio il quid che dà l’avvio a ciò che mi sta a cuore indagare in quel momento con una storia. E allora da lì parto. Spesso quando scrivo e il raccontare mi prende, ascolto musica. Pezzi, brani, che stanno a quella storia come la colonna sonora a un film. Così, per mesi e mesi, riempio pagine ascoltando sempre lo stesso pezzo; mi aiuta a tenere l’intonazione, a sentire l’atmosfera. Poi ci sono i sogni, i miei e quelli che mi faccio raccontare. Nella mia scrittura i sogni hanno una parte importante.
come definiresti il tuo modo di scrivere?
Che domanda difficile! Credo di avere una scrittura “calda”, carica di tutto quello che la nostra bellissima lingua italiana ci mette a disposizione. Non mi piacciono gli echi anglosassoni o nordici. Mi piace la dimensione mediterranea, se non nell’ambientazione, almeno nella ricchezza dei colori, delle metafore, nella ricchezza dell’aggettivazione. Per me è una continua ricerca. Una sfida. Una mania perfezionista. Scrivo poche pagine e poi leggo e rileggo. Decine di volte, fino a che non mi “risuona” l’emozione e questo lavorio mentale non diventa, alla lettura, scorrevole e naturale.
Nelle mie storie mi piace far incontrare le ombre, la nostra parte di ombra, quella che ci tallona dando corpo a percezioni appena sussurrate, a volte inquietanti, che non riusciamo o non vogliamo mai illuminare del tutto. Ma poi scrivo di tutto, racconti erotici, narrativa a sfondo sociale, romanzi, favole per bambini, come il prossimo libro che uscirà a giorni sempre per l’Absolutely Free, con i disegni di una bravissima illustratrice, May Villani, dal titolo Ilir e gli effetti secondari del vento.
cosa significa essere uno scrittore emergente al giorno d'oggi?
Significa tenere la testa appena sopra il filo del mare magnum dell’editoria, sperando di fare qualche bracciata prima di essere inghiottita nel risucchio della carta che va al macero. Io poi non so nemmeno nuotare!
qual'è la più grande soddisfazione ottenuta grazie la scrittura?
Quella di essere letta. Per chi scrive, quale soddisfazione migliore?! Ma ora, anche vedere le mie parole e la mia storia prendere forma nei disegni di May Villani. Questo libro illustrato mi ha dato una grande emozione, una gioia quasi infantile.
cosa ti spinge a continuare, malgrado le normali difficoltà?
Ho sempre scritto, anche quando non pensavo alla possibilità di pubblicare e non vedo perché dovrei smettere. Certo, è una fatica enorme arrivare sulla scrivania di un editore; ci vuole tenacia, aspettare tempi interminabili e una certa dose di fortuna, ma più di no non possono dirti. E quel no, non mi farà amare di meno ciò che ho scritto, perché in fin dei conti, la mia storia, è una parte di me.
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