amorino alato

amorino alato
C’era in lei, tuttavia, un angolo segreto dove non arrivava il riverbero di nessuna luce. Da lì veniva quella voglia di tenere a bada il corpo e la materia che gli dava forma; lì fluttuavano profumi intensi e dolcissimi, e fruscinìo di sete leggere e il seno bianchissimo di Rosa la Parda. Lì, coltivava il giardino di un’altra vita che ogni tanto, a occhi chiusi o nel sonno, andava a visitare.(Amore Anomalo - daniela frascati)

domenica 17 febbraio 2013

IN CUCINA CON LO SCRITTORE: Daniela Frascati

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IN CUCINA CON LO SCRITTORE  Daniela Frascati
- Nuda Vita e Le prince Noir

Creato il 11 febbraio 2013 da Gnoma



Oggi salutiamo e ringraziamo l‘autore  Daniela Frascati - Nuda Vita – ed. Absolutely Free 2011, e l’antologia Le Prince Noir ed. Aìsara uscita in questi giorni - per averci aperto la porta della sua cucina.  

NUDA VITA - Delfina è una ragazza in coma a seguito di un incidente, chiusa in quello stato che i medici definiscono minimal responsive. Attorno a lei i personaggi che hanno fatto parte della sua vita e che cercano di riportarla alla coscienza. Ma ognuno di loro è prima di tutto a se stesso che parla, mettendo a nudo le meschinerie e le paure che stanno a fondamento di ogni relazione, in una rappresentazione della normalità che sconfina pericolosamente con il suo opposto, quella sottile e banale follia del quotidiano in cui siamo immersi. Fuori Delfina, un succedersi di storie e di colpi di scena. Dentro, l'inquieto vaneggiare di Delfina in attesa del risveglio. Ma se fosse proprio lei a non voler aprire gli occhi?
Le Prince Noir - Omaggio ad André Héléna Dodici gli scrittori italiani  (tra questi ci sono anch’io) che, ispirandosi ai romanzi più celebri del Principe scomparso quarant’anni fa, hanno messo a disposizione la loro creatività per raccontare storie tendenzialmente “forti”. Tra omicidi, prostituzione e ricatti, dunque, non resta che lasciarsi catturare dalle vicende torbide rielaborate dai nostri dodici autori.
La prima domanda di rito è: le piace mangiare bene? E cucinare? 
- A chi non piace mangiare bene!? Certo. E ai fornelli non me la cavo male.
Lo fa per dovere o per piacere? 
- Ora che vivo sola, lo faccio certamente per piacere. Nel senso che, non dovendo approntare cene e pranzi quotidianamente, quando ne ho voglia mi coccolo con i piatti che mi piacciono di più.
Invita amici o è più spesso invitato? 
- Non saprei fare una statistica. Dipende dai periodi e dalle occasioni.
Ha mai conquistato amici o un uomo cucinando? 
- Gli amici mi fanno i complimenti e mangiano con appetito; e non ho mai indagato se le mie conquiste maschili nascessero da ciò che cucinavo. Spero fossero legate soprattutto ad altro. Non per sminuire la buona cucina, ma…
Vivrebbe con  un compagno che non sa mettere mani ai fornelli? 
- Già fatto!
Quando ha scoperto questa sua passione? 
- Definirla passione è un po’ troppo. La passione è qualcosa di travolgente e irresistibile. Mi piace cucinare e mi ci dedico se ho amici a cena, o i miei figli, o se ho voglia di un piatto particolare.
Ci racconta il suo primo ricordo legato al cibo? 
- Mi hanno sempre detto che da bambina ero famelica e quando ero molto piccola dovevano imboccarmi in due per evitare che strillassi tra una cucchiaiata e l’altra. Il mio primo ricordo, invece, è legato a un piatto che detestavo. Il brodo. Mi sono rifiutata di assaggiarlo fino all’età di sedici anni. Poi ho cambiato idea.
Ha un piatto che ama e uno che detesta? 
- Il cibo che detesto, per il quale provo quasi repulsione, sono le uova dei pesci, tipo uova di storione, di caviale, e in genere tutti i piatti “granulosi”, anche il cus-cus. Di piatti che amo ce ne sono troppi. Primi piatti e dolci, in maniera indiscriminata.
Un colore dominante proprio di cibi che la disgustano? 
- Non ho disgusti legati al colore del cibo. Qualche volta  è la presentazione del piatto, soprattutto al ristorante o quando sono ospite, che mi lascia perplessa e forse anche prevenuta.
Quando è in fase creativa ha un rito scaramantico legato al cibo? Prende caffè? O tè, o una bibita speciale che l’aiuta a scrivere
- Quando sono in fase creativa prendo caffè, tè, mangio yogurt, budini, pistacchi, dolcetti…
Scrive mai in cucina? 
- Ho un cucinotto ben attrezzato e non c’è un tavolo. Ma non mi è mai piaciuto  scrivere in  cucina.
Dove ama scrivere? e a che ora le viene più naturale? 
- Scrivo nella mia camera che è anche uno studiolo. Scrivo soprattutto il pomeriggio e la notte. Mai la mattina. Ho il cervello scollegato.
Si compra cibo pronto ( tramezzini, pizza, snack) o si cucina anche quando è molto presa dalla scrittura? 
- Qualche volta a pranzo mi compro la pizza, il mio fornaio ne ha di tutti i tipi e  gusti. Ma anche cose dolci. Indipendentemente da se scrivo o no, il mio pasto principale è quello della sera. La cena me la preparo anche quando sono presa dalla scrittura.
Che tipo di cibo desidera di più quando scrive, salato o dolce? 
- I dolci mi piacciono sempre, ma sgranocchio anche cose salate, molto meno, però.
Lei è uno scrittore di narrativa generale, quando esce a cena con i suoi amici  che tipo di locale preferisce? 
- Mi piacciono i locali semplici e sono abitudinaria. Vado dove so che cucinano bene e posso fidarmi. Detesto la cucina cinese e amo la cucina giapponese. 
Cosa tende a ordinare in un locale? 
- Mi lascio ispirare dal menù e non rinuncio mai al dolce.
Nelle sue presentazioni offre un buffet? Pensa sia gradevole per gli ascoltatori intervenuti? Tende a fare un aperitivo con due olive e patatine o a offrire quasi un pasto completo? 
- Dipende dal luogo della presentazione e dal tipo di pubblico.
Ha mai usato il cibo in qualche storia? 
- In quelle che ho finora pubblicato no, ma ho un romanzo in progress dove il cibo è uno dei protagonisti.
Ad esempio in  “Nuda Vita” ci sono passi che ricordano cibi o profumi di cibo? Il cibo è mai protagonista? 
- No in questo romanzo niente cibo.    
“Nuda Vita” a che ricetta lo legherebbe, e perché? 
- Mi viene in mente un bel tiramisù, ma detto così e vista la vicenda sembra quasi grottesco. E invece, no. È una storia forte che ha bisogno di dolcezza.
Per concludere ci potrebbe regalare una sua ricetta? Quella che le riesce meglio? 
- Non è quella che mi riesce meglio ma è semplice, veloce e squisita.
GALLETTI AL BRANDY  Semplice. Si prendono due galletti aperti,  si salano, si aggiunge pepe, un pò di cumino, anche una spruzzata di ariosto e si  lasciano a macerare nel brandy o nel cognac per qualche ora, meglio tutta una notte. Poi si infornano a 200°, aggiungendo olio e aggiustando il sale. Fanno tutto da soli e diventano buonissimi.
Quale complimento le piace di più come cuoco? 
- Direi quando mi chiedono la ricetta. Vuol dire che è piaciuta sul serio!
E come scrittore? 
- Il tuo romanzo l’ho DIVORATO!
Che frase tratta dalla sua opera o dalla sua esperienza di scrittore possiamo portarci nel cuore uscendo dalla sua cucina? 
- Per essere in tema di cucina, una ricetta da non portare nel cuore e neanche nel piatto - tratta dal mio romanzo in progress dal titolo provvisorio Amanita Phalloides – un fungo velenosissimo - che lascia capire come il cibo a volte può essere una magia – “Aspasia, poggiata al pesante tavolo di marmo, lo guardava mandare giù, con riluttanza, le prime cucchiaiate di minestrone. - È una mano santa per chi è intossicato da cattivi pensieri, la crema di Smirno: erbe cotte in acqua con sali d’ammonio, minutamente tagliate e condite con pepe, ligustico, cipolla e santoreggia secca. Poi si aggiunge olio, vino e la mia salsa segreta. Senti già come il sangue fluisce calmo dentro il tuo corpo. Ora devi abbandonarti alle delizie dell’oca in salsa apiciana.”
Grazie per la sua disponibilità   

sabato 16 febbraio 2013

L'Angelo di Hitler di William Osborne

http://www.i-libri.com/langelo-di-hitler-di-william-osborne.html


L'Angelo di Hitler di William Osborne
Recensione di Daniela Frascati


Titolo: L'angelo di Hitler
Autore: William Osborne
Editore: Sonda
Anno: 2012
Età di lettura: Dai 13 anni
L’Angelo di Hitler nasce come libro per ragazzi ma appassionerà certamente anche lettori più maturi.
William Osborne è alla sua prima prova come romanziere. Questa storia, però, non ha nulla delle incertezze e delle ingenuità dell’esordiente.
Sceneggiatore a Hollywood fin dalla metà degli anni Ottanta, dopo una laurea in legge presa a Cambridge, è stato autore di decine di film, tra i quali titoli di successo come "Sfida tra i ghiacci" (2001) e "Il re scorpione" (2002). Da questa sua esperienza ha mutuato la capacità di raccontare per immagini, trattenendo i lettori incollati alla pagina proprio come di fronte a una pellicola d’azione.
Continui colpi di scena, inseguimenti mozzafiato, dialoghi incalzanti quanto realistici, uniti a una sensibilità particolare nell’indugiare sulle emozioni e i dilemmi di tre ragazzini, appena adolescenti, coinvolti in una vicenda più grande di loro, ne fanno una storia di facile lettura e allo stesso tempo avvincente.
Siamo nell’Europa del 1941, nel pieno della Seconda Guerra Mondiale e Hitler è all’apice del potere. Otto e Leni, un ragazzo e una ragazza quattordicenni, riescono a fuggire in Gran Bretagna dopo che le loro famiglie sono state catturate dalle SS; quella di Leni perché ebrea, quella di Otto perché comunista.
Verranno scelti, con molto cinismo malgrado la giovane età, per la conoscenza del tedesco e le capacità dimostrate durante la loro avventurosa fuga, dall’ammiraglio MacPherson, il braccio destro di Churchill, per essere paracadutati in Germania in una missione che segnerà per sempre le loro vite e che potrebbe cambiare il corso della storia: rapire e consegnare agli inglesi Angelika, una ragazzina come loro, confinata in un convento della Baviera, la cui esistenza racchiude un terribile segreto.
Attraverso varie peripezie e atti di coraggio riescono a trarla fuori dal Convento e a scappare con lei in un’avventura che si farà ancora più rischiosa e incerta, perché costretti ad abbandonare il percorso pianificato dall’Intelligence inglese e a contare solo sulla loro abilità e ingegno. Scoperti e intercettati, e da Reinhard Heydrich e dalla sua squadra speciale, grazie ai poteri di un personaggio davvero suggestivo, realmente vissuto, Heydrich Straniak, sensitivo e astrologo, membro dell’Istituto del Pendolo, la branca delle SS dedita all’occultismo, in grado di rintracciare chiunque col solo aiuto di una mappa e di un pendolo, riusciranno ancora una volta salvarsi e anche se malconci proseguire la loro fuga attraverso una Germania messa a ferro e a fuoco.
In questo attraversamento dove la morte li attende ad ogni angolo, cominciano a prendere coscienza di come il destino di Angelika sia nelle loro mani e come questa ragazzina, inconsapevole del segreto che sovrasta la sua vita, sia per gli inglesi poco più di un oggetto, anche se prezioso, una semplice pedina nel gioco della guerra. Una logica alla quale i due ragazzi rifiuteranno di accondiscendere poiché, in questa storia carica di tensione e di adrenalina, sono anche altre le emozioni e i sentimenti che lo scrittore vuole suscitare tra i giovani lettori a cui il libro è rivolto. Così il coraggio, l’amicizia, la solidarietà sono valori fondamentali grazie ai quali i due adolescenti riusciranno a uscire salvi da questa avventura tanto più grande di loro, con la consapevolezza che la giustizia e la dignità delle persone, valgono più ogni altra cosa.

giovedì 13 dicembre 2012

Le Prince Noir. Omaggio ad André Héléna


InLibreria

Le Prince Noir. Omaggio ad André Héléna” a cura di Alessandro Greco

articolo di Giuliana Pagliari

Le Price Noir (Aísara, 2012) è composto da dodici omaggi ad André Héléna, uno scrittore ancora relativamente poco noto in Italia, e rivalutato solo negli ultimi anni in patria, dove assieme a Malet e Simenon è stato una delle voci più autorevoli del noir francese. L’intraprendente editore sardo Aísara ha da poco portato André Héléna all’attenzione dei lettori italiani, inaugurando, nel 2008, una collana di racconti e romanzi noir in suo onore.
Le Prince Noir rientra in questa collana di omaggi al maestro francese, proponendo dodici racconti di giovani autori italiani ispirati ai lavori di Héléna. Dodici storie legate dallo stesso filo conduttore di omicidi, ricatti, spionaggio e prostituzione, che mantengono però le proprie particolarità e diversità per quanto riguarda l’ambientazione, lo sviluppo e lo stile della narrazione, in cui si alternano altrettanti scrittori. Seppure tutti i racconti siano avvincenti e piene di suspense, è opportuno soffermarsi in modo particolare su alcuni di essi, che si sono rivelati delle scoperte estremamente piacevoli.
Di forte impatto “I clienti del Central Hotel” di Daniela Frascati, che si apre sulla figura di un anziano signore che riceve un invito per una mostra fotografica. La foto sulla locandina, una sala di torture e un uomo di spalle in penombra, fa iniziare un viaggio nel passato, riportando alla mente del protagonista alcuni ricordi sepolti in un angolo della memoria. Un periodo della sua giovinezza fatto di violenza gratuita, di sadismo, ricatti e torture. Questo salto indietro nel tempo si trasforma ben presto in un viaggio fisico per trovare l’organizzatore della mostra, e capire chi sta cercando di mandargli un messaggio e perché. In “Massacro all’Anisette” di Alessandro Greco, troviamo invece una comunissima riunione di famiglia, con i quattro figli che tornano a casa dopo aver appreso che il padre è affetto da una grave malattia. E, come capita in ogni famiglia, ci troviamo di fronte a dissapori nascosti, litigi malcelati, gelosie, tradimenti e perdite premature. Greco riesce a costruire un avvincente thriller in un contesto quotidiano e rassicurante come la famiglia.
Molto coinvolgente “Il Gusto del sangue” di Giovanni Zucca, che tiene col fiato sospeso fino all’ultima riga. In uno scenario di ricatti, riciclo di denaro e titoli al portatore, ricettatori e assassini si muovono in una commovente storia di affaristi, tradimenti, vendette e colpi di scena. È forse il racconto che meglio di tutti rende l'atmosfera “nera” che si respira in tutta la raccolta: «Mio padre diceva che il mondo è un gran barile di merda, coperto da uno strato di miele. Gli esseri umani si lanciano sul miele, e dopo tre leccate sono nella merda».
Il buon Dio se ne frega” di Gianluca Morozzi tratta invece una simpatica situazione dei nostri giorni, in cui al protagonista viene commissionata la stesura di una sceneggiatura basata su un racconto di André Héléna. Si apre così un racconto surreale in cui si susseguono diverse sceneggiature alternative volte ad accontentare sia il produttore sia il pubblico televisivo.
Vita dura per le canaglie” di Claudio Bagnasco, siamo catapultati in un mondo dominato da due fazioni contrapposte che si contendono il territorio. Un contesto abitato da un assassino di professione privo di rimorsi e sentimenti, anche e soprattutto nei rapporti con le donne, di cui vengono tratteggiate con toni scuri la morbosità, la frustrazione, lo squallore e la dannazione.
Uno dei particolari che colpisce maggiormente in questa lettura è il ruolo che le donne svolgono in ogni racconto. I personaggi femminili sono tratteggiati con grande rilievo, e ricoprono un ruolo fondamentale nell’architettura noir, siano esse prostitute, fidanzate, mogli, figlie o mamme. L’apporto della donna in questo ciclo di racconti non è mai statico o di ausilio allo sviluppo del personaggio maschile: la donna si rivela essere sempre in primo piano, protagonista, a ricoprire ruoli forti, cruciali e vivi – sia da assassina che da vittima. Un sorprendente fil rouge in un'architettura noir.

(AA.VV., Le prince noir. Omaggio ad André Héléna, a cura di Alessandro Greco, Aísara, 2012, pp. 288, euro 16) 

venerdì 23 novembre 2012

IL TEMPO TAGLIATO - di Silvia Longo Scritto da Daniela Frascati



Titolo: Il tempo tagliato
Autore: Silvia Longo
Anno: 2012

Il tempo tagliato, romanzo d’esordio di Silvia Longo, ha lo spessore del romanzo di una scrittrice compiuta.

Gli esordi, qualche volta, condensano una vita di scrittura trascorsa ad affinarsi, a indagarsi, e così è per Silvia Longo e la sua storia che, nell’apparente semplicità, ha la forza dirompente di un temporale.

Una storia quotidiana di una donna affogata in un ruolo, quello di madre e, soprattutto, di moglie, che la fagocita.
“Cento volte la stessa sequenza. Avanti e indietro dalla camera al bagno, dal bagno alla cucina, da casa al supermarket, dalla bocca all’intestino, dai pensieri alle labbra e alle mani, senza mai rompere il cerchio.”

Una normalità dolorosa che spesso sconfina nella rinuncia di sé.
Così è per Viola. Una vita metodica, sommessa; fatta di piccole cose, lasciate a fare da sedimento alla solitudine che diventa musica dell’anima e che per troppo tempo ha avuto paura di ascoltare.

La morte improvvisa di Federico, il marito, la costringe a fare i conti con quel silenzio in cui ha sepolto la parte più vitale di sé.
È smarrita, abbandonata nelle stanze vuote, nelle giornate prima riempite dalla presenza di Federico, direttore d’orchestra, artista dall’ego ingombrante, a cui sente di dovere tutto. Il suo essere musicista, i suoi successi, la sua esistenza alla ribalta, sono stati la misura della vita esteriore di Viola, dello spazio sociale che occupava accanto a lui fin da quando, figlia di gente modesta, l’aveva sposato accedendo all’agiatezza di un’esistenza borghese e ricca, in una piccola città di provincia.

Un tempo lungo vent’anni che ha finito per renderla muta e insignificante, prima di tutto a se stessa, nella completa adesione alla vita del marito, nell’abitudine e nell’affievolimento dei sentimenti.
Ma Viola è una donna speciale. Il silenzio per lei è tempo interiore, coscienza e costruzione di consapevolezza, e quel lutto diventerà il discrimine tra il prima e il dopo, tagliando il tempo della sua vita in due parti.
La metafora del tempo scandisce ogni passaggio di questa storia.
Il tempo dentro la musica, il tempo meteorologico, il tempo dello spasimo interiore, quando il pieno delle cose quotidiane, l’accudimento e la cura dell’altro, straripano fino ad annullare.

E questo taglio, questa spezzatura, mentre sembra annullarla definitivamente, incardina invece il percorso di un tempo ritrovato.
Nel silenzio del dolore per quella perdita, Viola comincia dalla superficie. Per primo, ritrova il suo corpo. Un corpo disperato, ammutolito, che malgrado lei e il vuoto in cui vorrebbe scomparire, non sa darsi per vinto.

Fin dalla prima pagina, in quel casto autoerotismo che chi legge intuisce tra il sudore e le lenzuola scomposte, in quel risveglio nel solstizio d’estate, c’è già l’accenno della vita che riprende il sopravvento.
L’incontro con Marco alla manifestazione musicale in memoria del marito, lo stesso giorno, compirà il resto. Assieme a questo sconosciuto lascerà il concerto per fuggire altrove, in qualsiasi posto, purché lontano dalle convenzioni e dall’autocontrollo dove si era barricata fino ad allora.
È ancora la metafora del tempo musicale ad accompagnare Viola nella sua fuga.
La fuga è la forma polifonica più rigorosa, complessa e impegnativa in cui gli strumenti danno luogo a una melodia nella quale non conta l’effetto armonico bensì la misura con cui le diverse voci sviluppano il tema musicale.
Il tema in questo caso è Viola, la memoria della sua vita raccontata per frammenti e squarci di coscienza.
Dentro questa fuga che risuona di conflitti e di tensioni, con se stessa prima di tutto, Viola scioglierà, finalmente, i nodi della trappola dove si era lasciata imprigionare.

Il tempo tagliato è un romanzo di emozioni che chiede al lettore di compromettersi con la protagonista, di accompagnarla, sperduta e sofferente, dimessa nella persona, per poter scomparire meglio agli occhi degli altri, fino a ritrovarsi.
Silvia Longo compie il sortilegio di intrecciare una storia tanto delicata, piena di sentimenti sfumati, di emozioni indagate, con il controcanto di una scrittura forte, ritmata, essenziale, priva di orpelli, dove ogni parola non può che essere quella e solo quella. Né prima né dopo. È ciò che la Longo fa dire a Viola mentre indossa il filo di perle per il concerto in commemorazione del marito.

Penso che le perle siano come parole. Serve cura nel coltivarle, e nello scegliere come allinearle su un filo che sia di seta o di discorso.

Daniela Frascati

sabato 3 novembre 2012

NUDA VITA romanzo -Daniela Frascati

Una negativissima recensione al mio romanzo Nuda Vita, dal blog SognandoLeggendo, a cui, con mia sorpresa e piacere, sono seguite repliche di lettori che, invece, hanno apprezzato la mia storia.

http://sognandoleggendo.net/blog/?p=11671



giovedì 11 ottobre 2012

IL CAPPELLINO COLOR GLICINE - omaggio a Jane Austen di Daniela Frascati



Ringrazio Elena Sokie Antolini per avermi voluto sul suo blog Il DIARIO DELLA FENICE in questo omaggio alla Austen, con il racconto:

IL CAPPELLINO COLOR GLICINE





Cliccare sotto per leggere il racconto 



http://diariodellafenice.blogspot.it/2012/10/speciale-jane-austen-daniela-frascati.html



se non vi compare subito la pagina cliccate su HOME PAGE 

martedì 17 aprile 2012

I CLIENTI DEL CENTRAL HOTEL- A. Héléna Scoperta Di Una Riscoperta

Scoperta Di Una Riscoperta

Scritto da Daniela Frascati.


«Qui non ci sono che vittime», disse in un’intervista del 1959 Héléna, sul suo romanzo I Clienti Del Central Hotel.
Una storia incupita dentro avvenimenti che toccano il cuore del XX secolo – la Seconda Guerra mondiale e la lotta di liberazione dei partigiani francesi – che ne sfiorano l’epica, ma la affrancano dalla dimensione politica e dal giudizio morale, per ricondurla alla condizione di vite disperate. Quelle di una generazione buttata nel cestino della storia come vuoto a rendere, per la quale la morte è casualità, e l’assassinio pura sopravvivenza. Una strada senza via d’uscita, un vicolo cieco, dove finiranno per precipitare tutti i personaggi di un noir che va oltre il cliché, e  sconfina con la letteratura nel senso più compiuto.
Scritto a distanza di anni dal suo primo romanzo, Il Gusto Del Sangue, da tutti ritenuto il migliore, ne riprende l’ambientazione e la dimensione temporale: gli ultimi giorni dell’occupazione tedesca, tra la resistenza e i fuochi finali di un esercito invasore in fuga, in una cittadina della provincia francese, Perpignan, sul bordo dei Pirenei. Luogo che diventa il palcoscenico di un dramma collettivo, nel quale s’incrociano i destini di uomini e donne consumati dalla solitudine, dalla perdita, dalla ferocia del voler vivere a tutti i costi. Una disperazione esistenziale che brucia nelle parti basse del corpo e riconduce l’uomo ai bisogni più essenziali, come l’autore fa dire ad Azema, lo sbirro frustrato che cercava altrove, nell’ambiguità di essere un altro, il surrogato a una vita meschina, tartassata dalla solitudine: «Davanti alla morte gli uomini ridiventano quello che non avevano mai smesso di essere, insomma. Mangiare, riprodursi e dormire.»

Il fulcro è il Central Hotel: passaggio, incrocio di esistenze precarie e transitorie, che si sceglie come rifugio o capita per caso sulla strada del sesso, di un amore infedele, aspettando un tempo migliore per superare la frontiera e uscire dall’altra parte, dove la guerra non arriva. Ma che diventa anche l’ultima stazione per chi avrà, proprio lì, il suo appuntamento con la sorte, a un soffio dalla salvezza o dal riscatto.
L’abiezione e la miseria accomunano tutti in questa storia dove ognuno è colpevole di qualcosa; di aver tradito se stesso, ciò che era stato prima che la guerra deflagrasse e riconducesse la natura umana alla ferocia dei suoi istinti primari, di aver tradito un compagno, un’ideale, la propria terra, il proprio essere. Ma come si può distinguere il crimine quando si vive in esso, quando la guerra è il crimine più alto e stupido che l’umanità possa compiere?
«La guerra era, a quanto pareva, molto meno santa, molto meno giustificabile e molto meno  incoerente e inutile di quanto le era parso fino a quel momento. Era sorpresa anche di vedere che provava la stessa pietà per quel partigiano, che era suo nemico, e per quel tedesco, di cui suo marito portava l’uniforma. Davanti alla sofferenza erano tutti uomini e lei, donna, li vedeva nudi, che è la prima e la più evidente delle realtà…»

La banalità del male è affare quotidiano. È  l’ombra che ognuno si porta dietro, inclemente e ineluttabile, come la morte. È qualcosa che rende tutti i personaggi del Central Hotel vittime di se stessi, prima ancora che del conflitto o della resistenza. Prima ancora dell’odio e delle vendette, del bisogno insopprimibile di vivere al di sopra – e oltre – qualsiasi valore, qualunque sentimento o impulso che non sia bruciare la propria vita, o quello che ne rimane, in un disperato, quasi animalesco coito.
Non c’è salvezza per i Clienti del Central Hotel; non ce n’è per nessuno. Tutti toccano con mano il male di esistere, e viene in mente una delle più belle poesie di Montale:

Spesso il male di vivere ho incontrato:
Era il rivo strozzato che gorgoglia,
Era l’incartocciarsi della foglia
Riarsa, era il cavallo stramazzato.
Bene non seppi, fuori del prodigio
Che schiude la divina Indifferenza:
Era la statua nella sonnolenza
Del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

Così, sulla struggente cupezza dei personaggi incombono il vitalismo spietato e indifferente di una natura sovraccarica di pathos, e la dolcezza delle estati del sud, che esaltano il desiderio della carne e dilagano impietose sulla campagna battuta dalle imboscate dei partigiani. Una natura accesa di luce affilata, tagliente come una lama, come solo i cieli meridionali sanno trattenere. Una natura che spia la vita degli uomini, mentre la morte li tallona aspettando una svista, un passo falso, per colpirli alle spalle.
Eppure, per una specie di vendetta della memoria, «i luoghi non conservano niente», osserverà un cliente del Central Hotel, tornando a Perpignan quindici anni dopo.
Héléna fa di quest’opera un congegno in cui la scrittura segue gli umori contorti, i legami disperati, l’aggrumarsi del sangue in modo ora ruvido, ora poetico e pietoso, miscelando gli ingredienti del più autentico romanzo popolare.

 

La vita di un libro e di un autore, a volte, sono come un fiume carsico.
Si ingrottano all’improvviso, per la disattenzione dei contemporanei o un’altra forma di incuria, e ricompaiono in luoghi e tempi diversi con nuova forza vitale. È quello che è accaduto a Héléna, prolifico paria della letteratura, con oltre duecento romanzi firmati con un numero sorprendente di eteronimi. La sua produzione ha coperto una vasta gamma di generi, anche diversissimi tra loro, ed è complessa come la sua vita, inseguita da editori avidi di trarre il massimo profitto dalla sua capacità di accarezzare con tanta compiacenza i gusti del pubblico, e da numerosi creditori. Fu uno dei pochi rappresentanti del noir europeo tradotto negli USA negli anni Sessanta, fino alla sua scomparsa. Riscoperto dalla casa editrice Aìsara, che ha scelto di proporre in Italia alcuni tra i suoi migliori lavori, sarà a breve in libreria con Viva La Muerte!