Daniela
Frascati, vive a Roma ed è nata in Toscana, ad Abbadia San Salvatore. Ha un figlio e una
figlia, i suoi “sole e luna” e cinque gatti. Da anni impegnata nel sociale, con
attenzione alle politiche della differenza di genere, ha ideato e condotto una
trasmissione radiofonica “Il pane e le rose” sulla cultura e il pensiero
femminista. Andiamo a conoscerla.
- Quando
hai deciso di scrivere e perché?
Sono da sempre una grande lettrice e chi legge
finisce prima o poi anche per tentare la scrittura. Da ragazzina lo facevo per
gioco; scrivevo con un’amica sceneggiature teatrali che poi provavamo a
rappresentare per un pubblico di amici e di compagni di scuola. Solo molto più
tardi scrivere è diventata una parte importante della mia vita, un modo per
raccontare il mondo parallelo e contiguo alla realtà che vive con noi e poi,
ancora dopo, è arrivato il desiderio di provare a pubblicare.
- Che tipo
di libri leggi normalmente?
Leggo molto, soprattutto quella che viene definita
narrativa generale e che molto spesso è invece un buon mix di generi che si
attraversano seguendo il disegno dell’autore. Non amo la narrativa di genere in
senso stretto, ma se la storia mi prende e la scrittura non è banale e fatta di
luoghi comuni, non mi tiro indietro.
- Hai mai
preferito un libro a un altro per il genere dell’autore?
Spesso ho preferito un libro per il suo autore.
- Hai mai
avuto la sensazione che il tuo essere donna potesse, in qualche modo,
ostacolare/favorire la tua passione per la scrittura?
No, essere donna, avere il peso di molte dimensioni
contemporaneamente, il lavoro, quando c’è, l’accudimento dei figli, la cura dei
familiari, una vita affettiva piena, sono fatiche che incombono sulla maggior
parte delle donne; molto spesso la scrittura è un modo per superare queste
fatiche e crearsi uno spazio intimo dal quale tutto questo riesce a rimanere,
per qualche ora, al di fuori. Il desiderio di ogni donna che scrive sarebbe la
famosa Stanza tutta per sé, della Wolf, luogo simbolico, ma anche fisico.
Forse, oggi, è più difficile trovare lo spazio e il tempo materiale, che non
quello metaforico della libertà di scrivere.
- Ritieni
esista e sia individuabile una scrittura al femminile?
Ritengo che ci sia una specificità della scrittura
femminile legata a sensibilità e modi di rapportarsi al mondo. Il fatto che le
donne subiscano ancora il carico di un’infinità di incombenze quotidiane, che
per educazione e cattive abitudini sociali e culturali gravano ancora sulle
loro spalle, le rende capaci di una visione più complessa e articolata della
realtà. Le donne sanno fare più cose contemporaneamente e non dimenticano mai
l’investimento emotivo che questo fare comporta. Ma ci sono anche scrittrici
che scelgono, consapevolmente, di partire dalla differenza di genere e, nelle
loro storie, questo sguardo “eccentrico” sul mondo conta e conferisce spessore
e forza narrativa. Penso, per esempio, a una grande autrice come Tony Morrison.
Poi c’è una letteratura considerata minore, quella
rosa ma anche il Romance, e quest’ultimo, in particolare, è
appannaggio quasi esclusivo di scrittrici donne e, pur rinchiuso in un recinto
di genere, in questo caso letterario, diventa anche di genere femminile.
- Ritieni
esista un pregiudizio nei confronti di un’autrice da parte dei lettori uomini?
Spero di no, gli uomini leggono molto meno delle
donne e spero non si pongano anche interdizioni di genere.
- Hai mai
avuto la sensazione di una preclusione editoriale nei confronti delle donne?
Purtroppo l’editoria ha molte altre preclusioni. Sappiamo
tutte e tutti quanto sia difficile arrivare sulla scrivania di un editor o di
una buona casa editrice ed essere letti. Credo che i manoscritti vengano
gettati al macero senza distinzione del sesso dell’autore.
- Storie
d’amore nei romanzi, pensi sia una roba da donne?
Ci sono storie d’amore che sono alta letteratura. L’amore ai tempi del colera, di Marquez
è il primo romanzo che mi viene in mente, ma anche L’amore, o l’altro romanzo di Margherite Duras, Storie di amore estremo. Sono narrazioni
dove l’amore è inteso come dimensione esistenziale e filo conduttore nella
trama di una vita. Purtroppo la letteratura rosa, come molte altre narrative di
genere, vive di cliché da cui sarebbe bene che le stesse autrici si
liberassero. Si possono raccontare storie di sentimenti e d’amore anche senza
le solite cornici edulcorate e, spesso, irreali.
- È
possibile, a tuo parere, una collaborazione tra scrittrici così come si
configura tra scrittori nella creazione di movimenti letterari (New Italian
Epic o TQ, per esempio)?
Lo auspicherei davvero. Unire le forze, scambiarsi
esperienze e costruire un percorso comune di pensiero può diventare un punto di
forza, anche mediaticamente.
- Molte
donne lamentano la difficoltà di dedicarsi quanto vorrebbero alla scrittura e i
sensi di colpa per la necessità di trascurare altre cose. Tu come ti poni?
Non ho mai nutrito sensi di colpa nei confronti del
tempo dedicato alla scrittura e alla lettura. Intanto perché scrivo e leggo
soprattutto la notte, da sempre mi bastano 5/6 ore di sonno, e poi credo che il
tempo dedicato a sé sia un obbligo verso noi stesse e giova anche ai rapporti
interpersonali e familiari.
- Cosa ne
pensi dei fenomeni editorial-marketing degli ultimi anni e della fruizione
soprattutto femminile che li caratterizza?
Si legge troppo poco e gli editori sono costantemente
alla ricerca di fenomeni letterari che facciano vendere. Il richiamo sessuale,
soprattutto se l’autrice è donna e non si nasconde dietro pseudonimi vari,
funziona sempre. Non ci sarebbe bisogno, però, di sminuire la letteratura
erotica a livello di sfumature banalizzate in rapporti di maniera, senza alcuno
spessore emozionale. Ci sono scrittrici erotiche e letteratura di genere, anche
in questo campo, di altissimo livello. Anaïs Nin e il suo Il delta di Venere, scritto negli anni
quaranta, o Una spia nella casa
dell’amore, tanto per citarne un paio, ne sono un esempio, ma questa è
davvero letteratura. Mi sembra che, da parte degli editori, questa opzione vada
nella scia di una costante scelta al ribasso, per un pubblico di bocca buona,
reso sempre più insensibile alla qualità. Quando la cultura diventa un bene di
consumo usa e getta e non un processo di consapevolezza e di arricchimento, il
senso critico e il piacere estetico sono sempre meno necessari e richiesti.
- Come ti
porresti davanti alla proposta di entrare nel ciclo produttivo del soft-porn?
Come ho detto dipende dalla qualità della scrittura e
da ciò che sta al cuore della storia. La sessualità è una dimensione complessa
e anche difficile e scabrosa da trattare, non nel senso puritano del termine,
ma nel complesso ruolo che gioca nella personalità di ognuno. Banalizzarla mi
sembra riduttivo. La passione del corpo, la sessualità, non sono solo
epidermico piacere, non sono un mordi e fuggi, ma qualcosa di avvolgente e di
profondo che aiuta a crescere, a conoscersi, a conoscere il mondo.
- Pubblicare purché sia è un principio da perseguire?
Dipende dalle scelte di ognuno. Certo, con la penuria
di editori che ci sono in giro, non mi stupirei che ci fosse un boom di
scrittrici che si dedicano a raccontare scopate edulcorate!
- Come ti
poni davanti al dilagare dei fenomeni editoria a pagamento, print on demand o
self-publishing?
Pubblicare un libro a proprie spese non è mai un
vantaggio. Intanto perché l’editore a pagamento ha già guadagnato sul suo
“prodotto” e non ha alcun interesse a investire per promuoverlo e diffonderlo.
Poi, nel lettore acquirente, può legittimamente sorgere il dubbio che dietro un
libro così pubblicato il talento sia un optional, e spesso è così; ma, a volte,
autori anche validi incappano in questi editori/stampatori sperando che possano
essere un’opportunità per farsi conoscere. È esattamente l’opposto.
Il self-publishing può essere un’alternativa per non
cadere nelle grinfie di questi editori e molti degli scrittori che si
autoproducono lo fanno perchè convinti sia più conveniente, non solo per i
possibili lettori ma anche per il loro profitto. Io continuo a credere che un
libro sia non solo frutto della creatività e della capacità del solo autore ma
sia un lavoro collettivo e complesso dove ogni intervento dei professionisti
dell’editoria porta al risultato finale che è il libro. La qualità editoriale,
dalla grafica all’impaginazione alla carta, è parte integrante del risultato.
Anche da questo si riconosce un vero editore. I libri vanno amati, da chi li
scrive e da chi li pubblica. È sgradevole trovarsi sotto gli occhi refusi,
ripetizioni e un’impaginazione approssimativa come spesso accade con il
self-publishing .
- Cosa
ritieni che possa far la differenza nell’attirare un lettore: copertina,
titolo, autore personaggio, passaggio televisivo o D’Orrico che si innamora di
te?
L’investimento dell’editore, che significa cura
dell’edizione e della scelta del titolo, della copertina. Sicuramente un
passaggio televisivo in alcune trasmissioni è una bella spinta. Personalmente,
non credo potrei contare su D’Orrico: ho superato l’età in cui folgorare gli
uomini, tanto meno i critici, con l’avvenenza fisica.
- Quali
tuoi buoni propositi salterebbero davanti a un improvviso successo?
Credo nessuno. Del resto non ho buoni propositi ma
un’idea di me che non è venuta meno in passaggi difficili della mia vita. Un
improvviso successo mi gratificherebbe molto e penserei che, a volte, i sogni
non sono solo desideri.
- Sei
autrice del bestseller del momento, tradotta nel mondo, milioni di copie:
togliti uno o più sassolini dalla scarpa.
Non ho sassolini nelle scarpe, se fosse così non
riuscirei nemmeno a camminare. L’invidia e l’arroganza non mi piacciono, penso
che avvelenino la vita e non facciano gustare nemmeno i successi.
- Scrittore/scrittrice preferito/a vivente e motivazione.
- Una scrittrice vivente che amo molto l’ho già
nominata: Tony Morrison. È strano che, per quanto abbia anche ricevuto il
Nobel, in Italia sia poco conosciuta e apprezzata. È una narratrice complessa e
non facile. Non tanto nella scrittura, che è sempre forte e travolgente, ma
nella durezza delle storie che racconta. Lei è un’afroamericana ed è donna, e
il sentimento di questa condizione attraversa tutte le sue opere e offre un
punto di vista di genere sulla cultura e la storia della società americana.
Uno scrittore del quale ho letto tutto ciò che è
stato tradotto, fin dall’ottanta, quando ancora non era così famoso, è Murakami
Haruki, anche se il suo 1Q84, a mio
parere, non ha reso giustizia alle aspettative che aveva suscitato. Quello che
mi intriga in Murakami è il suo fare incontrare le ombre, dando corpo a
percezioni appena sussurrate. E, da vero narratore, non dà spiegazioni agli
eventi inspiegabili di cui intesse le sue storie. Li lascia sospesi tra le
pagine. È un raccontare in cui cerca sempre un risarcimento alla perdita; di
persone, di cose, di sentimenti chiusi dentro corpi impenetrabili e abbandonati
a un flusso della vita che va verso un unico punto di non ritorno. Storie di
identità, di solitudini, di certezze che vengono meno. Ma anche storie in cui
si racconta sempre altro, e questo altro è uno degli enigmi che interrogano il
lettore.
-
Scrittore/scrittrice vivente che non riesci ad apprezzare e perché.
- Sono molti gli scrittori contemporanei e viventi
con i quali non riesco a stringere il famoso patto come lettrice. Provo a leggerli
ma, spesso, non arrivo alla fine. Un nome in particolare, Palahniuk; trovo la
sua scrittura troppo costruita e fredda, da tavolo anatomico.
- Parlaci
del tuo ultimo lavoro e fornisci un motivo per cui dovremmo leggerlo.
Il mio ultimo lavoro singolo e del 2011 è un
romanzo: Nuda Vita. È la storia di Delfina, una ragazza in coma a seguito di un
incidente, chiusa in quello stato che i medici definiscono minimal
responsive. Attorno a lei si affannano i personaggi che fanno parte della sua
esistenza: la madre, donna ingombrante e perfezionista; un padre lontano, mite
e un po’ egoista; un fidanzato inconsistente che nasconde una colpa terribile;
la fisioterapista; le amiche; l’uomo che amava di nascosto. Lo schema narrativo
è semplice e ruota intorno a tre elementi: i monologhi dei personaggi che si
alternano intorno al letto di Delfina, spazi di sincerità e di autoconfessione
nella trama di ipocrisia e di doppiezza che segna le loro vite; i dialoghi tra
loro, spesso segnati dal tentativo di svelare gli inganni reciproci; il flusso
di coscienza di Delfina, vera e propria “donna abitata”, in bilico tra
l’istinto di vivere e il bisogno di allontanare la sofferenza e abbracciare
definitivamente il sonno (un bisogno talmente forte che i visitatori sono
“assedianti” e l’assillo prevalente di Delfina è che i suoi pensieri non
abbiano “echi né risonanze”).

Proprio in questi giorni è uscita un’antologia di
racconti noir, ispirati a un grande del polar francese, André Héléna,
a trent’anni dalla sua scomparsa, edito da Aìsara, in cui sono in compagnia di
importanti e bravi noiristi come Alessandro Greco, Giovanni Zucca o Morozzi,
per citarne alcuni tra i dodici. Ah, sono l’unica donna!
Il titolo è Le Prince Noir. Omaggio ad André
Héléna.
Quest’ultimo si può trovare in qualsiasi libreria.
Nuda Vita, piccolo editore e piccolo distributore, è più facile acquistarlo su
IBS o ultimabooks